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Permanente: la storia

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Nel 2016 la permanente ha compiuto 110 anni. Un lungo cammino dalle alterne fortune, legato all’evolversi dei tempi e della moda. Ma anche al cambiamento della donna nella società.


Londra, 8 ottobre 1906. Il parrucchiere tedesco Karl Ludwig Nessler, meglio conosciuto come Charles Nestlè (a quei tempi un pizzico di charme parisien era indispensabile per avere successo nel campo della coiffure), esegue la prima permanente “ufficiale” nel suo salone di bellezza di Oxford Street davanti a una platea di colleghi. Modella d’eccezione, la moglie dell’inventore stesso, Katharina Laible: una donna davvero coraggiosa, evidentemente innamorata del marito e amante delle onde “a tutti i costi”, visto che da precedenti esperimenti era uscita con capelli e cute bruciacchiati.

Bisogna peraltro dire che il desiderio di una chioma mossa in modo duraturo era in quel periodo molto diffuso fra le signore di tutto il mondo (che perlopiù portavano ancora i capelli lunghi se non lunghissimi) e quindi la scoperta di Nessler rispondeva a quella che oggi chiameremmo una richiesta del mercato. A differenza di alcuni suoi predecessori che arrotolavano i capelli intorno a bacchette metalliche roventi per trasformarli in boccoli fluenti, l’acuto tedesco individuò una questione fondamentale.

Per rendere il cambiamento “permanente”, il calore non era sufficiente: i capelli andavano precedentemente ammorbiditi, e resi più docili grazie a un trattamento chimico con una sostanza alcalina. Solo allora potevano essere arrotolati intorno a bigodini metallici e riscaldati. Ad aiutare Karl fu anche il progresso tecnologico: l'elettricità cominciava a prendere piede per l'illuminazione, per il riscaldamento e per il funzionamento di piccoli elettrodomestici.

Così Nestlè creò un sistema di bigodini di bronzo, riscaldati elettricamente, che pendevano dall'alto e ai quali i capelli erano arrotolati in modo da essere allontanati dalla testa, per evitare di friggere il cranio delle clienti. Ogni bigodino pesava tra i tre e i quattro etti e si riscaldava così tanto che a volte finiva per bruciare la chioma, causando la perdita di abbondanti ciocche che, si racconta, il parrucchiere si infilava prontamente in tasca.

Ed è proprio questa l’invenzione che viene presentata quell’8 ottobre 1906. L’accoglienza da parte dei colleghi è a dir poco tiepida e ben pochi adottarono il sistema. Questo per più ragioni. Oltre a essere molto lungo e laborioso, il processo era anche assai costoso per le clienti e la macchina molto ingombrante, senza trascurare i possibili danni a capelli e cuoio capelluto. Ma c’è di più: il timore, da parte degli acconciatori, che la meccanizzazione oscurasse l’aspetto creativo della professione, da sempre considerato prioritario.

Ciò nonostante Karl brevetta la sua invenzione e anche i miglioramenti che apporterà negli anni seguenti. Quando scoppia la Prima Guerra Mondiale, Nessler si trasferisce negli Stati Uniti dove ha modo di constatare che molte copie della sua macchina sono sul mercato da tempo. Si dice che in pochi anni Nessler mise in piedi un impero di saloni di bellezza con dipendenti e filiali a Chicago, Detroit, Palm Beach e Philadelphia, dove si offrivano alle clienti anche le altre invenzioni dell'inesauribile tedesco: le ciglia finte e il kit per farsi la permanente a casa. Perse tutto nella crisi del ’29, ma continuò a lavorare per diversi decenni durante i quali la permanente andò incontro a cambiamenti continui.

Ricerca, miglioramenti, invenzioni...

Il grande lancio della permanente avviene quando nella moda femminile si impongono

i capelli corti. Malgrado la guerra, l’euforia generale che caratterizzava l’Europa di quel periodo durò ancora per un po’, quasi non ci si rendesse conto della drammaticità della situazione. Le cose cambiano drasticamente dopo l’inverno 1916/17: in seguito alle forti perdite di risorse umane, le riserve vengono richiamate al fronte ed è la donna a dover svolgere mansioni tipicamente maschili. Ovviamente anche il look è condizionato dagli accadimenti. Le prime donne che “osano” dare un taglio netto ai capelli suscitano l’ammirazione generale e molte ne seguono l’esempio: liscio o ondulato, il taglio prima alla paggio (potremmo chiamarlo bob?) poi alla maschietta viene considerato una vera conquista.

E nel frattempo cosa succede alla permanente? Le ricerche per migliorare macchinari e procedimenti vanno avanti, ma bisogna arrivare al decennio 1920/1930 per trovare cambiamenti davvero significativi. Il merito va innanzitutto allo svizzero Eugène Suter e allo spagnolo Eugenio Isidoro Calvete, che svilupparono un sistema di tubolari in cui erano inserite due bobine in un tubo di alluminio con i capelli avvolti a spirale. Ma anche il parrucchiere ceco Josef Mayer (1924) e l’afro-americana Marjorie Joyner, che nel 1928 brevettò una macchina in cui i capelli erano arrotolati in cilindri, diedero il loro bel contributo.

Come sempre accade, un’invenzione tira l’altra e ognuna è figlia della precedente. Ed ecco che nel 1934 la società Calvete creò iCall, un metodo innovativo in cui i tubi erano scollegati dalla corrente elettrica. Questa nuova tecnologia venne presentata a Londra nel 1935 durante l’Hairdressing Fashion Show e fu un successo senza uguali.

Fra le maggiori e prime fan dei capelli corti e mossi (siamo intorno al 1920), Mademoseille Coco Chanel, emblema della modernità, che venne presto imitata da molte. Anche le star - hollywoodiane e non - del periodo e di quello immediatamente successivo non possono resistere al fascino dell’onda o del riccio permanente, che fa tanto “femme fatale”: dalla “fidanzatina d’America” Mary Pickford alla biondissima Jean Harlow, dalla magnetica Marlene Dietrich alla splendida Ava Gardner, solo per citarne alcune.

Fra le innovazioni tecnologiche del decennio 20/30 abbiamo volutamente lasciato per ultima la più rivoluzionaria: quella di Arnold F. Willat, che nel 1938 inventò “the cold wave” (l'onda fredda), prototipo del sistema maggiormente in uso oggi. Nel 1940 venne concesso il primo brevetto per l’uso dei tioli (mercaptani) nella permanente a freddo, che coincise con l’inizio dei primi veri programmi di ricerca nei laboratori cosmetici.

Può essere a questo punto curioso fare anche un salto all’indietro, addirittura di qualche secolo. E sì, perché la voglia di riccioli accompagna la donna (e nel caso specifico anche l’uomo) da tempo immemorabile. Uno dei primi metodi di ondulazione permanente, infatti, è stato quello usato ai tempi di Luigi XIV di Francia (1638 - 1715), noto come “frisure infernale” ovvero “riccioli del diavolo”. Le ciocche venivano arrotolate su cilindri di terracotta, tenute in acqua bollente per tre ore, “cotte” e asciugate in forno. Urge una precisazione: tutto ciò accadeva su parrucche e non direttamente sulle teste, regali e non.

La permanente. Momenti sì, momenti no

Come abbiamo accennato, dal 1940 in poi la permanente diventa una questione a carico dei laboratori delle maggiori aziende. È del 1945 la permanente a freddo Oréol di L’Oréal e del ’47 quella di Testanera, oggi Schwarzkopf Professional, ma già nel 1924 Wella aveva lanciato la sua prima ondulazione permanente a caldo.

Ciò non significa che dal secondo Dopoguerra ad oggi ricci e onde l’abbiano sempre fatta da padrone nell’hairstyle. Ma di sicuro durante gli anni ’50 sì. Le pettinature allora in voga - in genere di taglio medio, molto composte e bon ton - erano ornate da ricci costruiti (mai un capello fuori posto!) e riflettevano il bisogno di restituire alla donna - che durante il conflitto bellico non aveva perlopiù avuto modo di pensare alla propria bellezza - un’immagine rassicurante, borghese, gradevole. Che forse la invecchiava un pochino, ma la faceva percepire (a se stessa e agli altri) come moglie e madre perfetta.

Con gli anni ’60, la cosa si fa più complessa e la permanente vive il suo primo momento buio. Se le signore di una certa età indossano “cofane” voluminose e cotonate, in qualche caso anche permanentate, i giovani iniziano a far sentire la propria voce rivendicando ogni tipo di libertà, anche quella di look. Cominciano così a delinearsi due universi ben distinti: quello degli over e quello degli under (l’unità di misura potrebbe essere 25).

Senza dimenticare che proprio in quel periodo furoreggia il bob “inventato” da Vidal Sassoon, un taglio e uno styling talmente geometrici e dritti che definirli nemici della permanente è poco. Anche “i figli dei fiori” disdegnano qualunque artificio per la loro chioma, tranne rare eccezioni che ricorrono alla permanente per copiare la testa super-riccia di un’icona del dissenso: l’attivista del movimento afroamericano Angela Davis. Il musical Hair, rappresentato per la prima volta a Broadway nel ’67 e seguito nel ’79 dall’omonimo film, è un compendio perfetto di questa realtà.

Sta di fatto che di permanente come fenomeno moda vero e proprio non si parlerà più fino agli anni ’80. Eccessivi per definizione, e per questo amatissimi oppure odiatissimi, sono il contesto ideale per acconciature “tante”. Del resto, cos’altro avrebbe potuto sovrastare le famose spalline (spallone) delle quali nessun capo di abbigliamento era privo? Non certo una testa piccola e composta. E allora giù di permanente (è questo il suo momento d’oro), su capelli prevalentemente medio-lunghi e anche super-colorati!

Ciuffi rialzati, riccioli vaporosi, frisé stretti stretti… l’importante è esagerare. E persino gli uomini si sottopongono a lunghe sedute dal parrucchiere: entrano lisci, escono ricci.

Di sicuro la perm-mania, che portava sovente alla realizzazione di trattamenti troppo ravvicinati, ai capelli proprio bene non poteva fare. Ed ecco il nascere di leggende metropolitane, più o meno veritiere, che - insieme all’evolversi della moda - fanno piano piano cadere la permanente nel dimenticatoio. Gli anni ’90 portano una gran voglia di ridimensionamento, di minimalismo, di understatement in tutti gli ambiti. E i capelli si adeguano: tagli pixie, spesso con frangetta, chiome lunghe ma extra-liss e praticamente prive di volume, qualche raccolto molto easy. Non manca naturalmente chi - avendo i ricci naturali - se li tiene, dimostrando maggiore temperamento rispetto alle donne (e sono molte) che invece ricorrono alla stiratura chimica.

Da questo momento in poi per le aziende si pone un dilemma: come riportare agli antichi splendori la permanente che, non si può negare, presenta ottime qualità sotto l’aspetto business e anche dal punto di vista estetico? Le risposte sono due: lavorando sulle formulazioni in modo che siano sempre più dolci e cambiandole nome. Basta con la parola permanente, che evoca qualcosa di superato e di non sempre positivo. D’ora in avanti si chiamerà servizio forma.

E così è stato per parecchio tempo, in parte ancora oggi, sebbene anche sotto questo aspetto sembra ci sia qualche novità. Nell’aria si sente un nuovo bisogno di movimento, al quale le aziende possono rispondere con la certezza di offrire tecnologie super-affidabili e risultati modulabili, durevoli o temporanei, come mai è successo prima. Chissà allora che la permanente (anzi, per essere precisi, l’ondulazione permanente), rinnovata e ancora una volta in auge, possa tornare a chiamarsi con il proprio nome. Senza per questo privarla delle sue innumerevoli sfumature e diversificazioni.

Tags: permanente storia evoluzione moda donna

Pubblicato il 23.01.2017

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