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Progettare un negozio da parrucchiere rispettando l’inclusività

Salone parrucchiere disabili

Fra i tanti criteri che si possono scegliere per progettare al meglio lo spazio di un salone c'è quello dell'inclusività, per garantire anche ai clienti diversamente abili confort e relax senza limitazioni.


di Daniela Giambrone

Il tema dell'inclusività è di grande attualità in molti settori diversi. Estetica ha scelto di affrontarlo declinandolo nel mondo della coiffure per suggerire agli acconciatori un punto di vista in più da considerare nella progettazione del negozio da parrucchiere. Offrire uno spazio che non limiti l'accessibilità alle persone diversamente abili è un plus che può aprire nuovi orizzonti. A suggerire quali sono i punti su cui concentrare l'attenzione è Andrea Bella, titolare di uno studio di architettura a Moncalieri, nei pressi di Torino.

“La diversa abilità può interessare ambiti e aspetti differenti della fisicità o dell’intelletto di una persona” spiega Bella. “Le sfumature possono essere molteplici ma ritengo che alla base sia doveroso considerare almeno due livelli di analisi che, nel caso di un salone, si identificano in due momenti ben distinti che interessano ogni utente. Dal momento dell’ingresso nel salone al termine del trattamento si passa attraverso l’attesa, il probabile utilizzo dei servizi igienici, la seduta vera e propria e l’uscita. In questa naturale successione, richiamo l’attenzione su due aspetti: un cosciente dimensionamento degli spazi, non solo di sosta, ma soprattutto di passaggio per consentire il corretto movimento dei presidi sanitari (ad esempio una carrozzina); una mirata distribuzione degli spazi relativamente al loro destino funzionale, ad esempio l'area di attesa prima della seduta, gli spazi di accesso ai servizi igienici e verso l’uscita dal salone”.

Quali sono gli elementi da prevedere?

Se da un lato è fondamentale assicurare accessi semplici e che non richiedano manovre acrobatiche verso i servizi essenziali, come quello igienico ad esempio, dall’altro è altrettanto importante pensare che per la persona diversamente abile può essere motivo di imbarazzo ostruire o complicare il passaggio di altre persone attraverso determinati spazi. Ritengo fondamentale non fermare l’analisi funzionale ai soli spazi di manovra, bensì estenderla a un livello se vogliamo più psicologico, mirato a realizzare situazioni di confort finalizzate a non sottolineare la diversa abilità del cliente limitato nei movimenti e meno agile negli spostamenti. Per riassumere quindi, passaggi di larghezza generosa, ambienti di servizio con adeguati spazi di manovra, sia all’interno sia nell’anticamera, e spazi di attesa e trattamento che consentano un movimento agevole dei presidi sanitari arginando il possibile senso di imbarazzo.

Come si possono realizzare queste soluzioni unendo funzionalità ed estetica?

Realizzare ambienti accoglienti e di pratico utilizzo dovrebbe essere un obiettivo cui puntare a prescindere dalla necessità di soddisfare requisiti funzionali di accessibilità o visitabilità. Non credo esista una ricetta che possa essere qui raccontata o descritta. Ritengo però che il comune denominatore che possa consentire l'unione di questi due aspetti, ovvero funzionalità ed estetica, sia essenzialmente la semplicità, l’assenza di elementi non giustificati. La pulizia degli spazi e degli ambienti dà respiro alla luce, al colore, alla percezione e non per ultimo facilita il movimento. Luce, colore, percezione dello spazio e insieme la sua facilità di utilizzo rappresentano per me l’alchimia fondamentale per rendere collaborativi gli aspetti estetici e quelli funzionali di qualsiasi situazione.

Quanto costa in più attrezzare il salone anche da questo punto di vista? e cambia qualcosa se lo si fa ex novo o in ristrutturazione?

Non è facile rispondere a questa domanda. Gli scenari possono essere molteplici e molto differenti uno dall’altro. In linea di massima, è più complicato, e quindi più costoso, adattare piuttosto che realizzare ex novo. Questo poiché spesso l’adattamento deve avvenire all’interno di strutture anziane, che facilmente presentano vincoli spaziali fisici e strutturali. Nelle strutture più recenti progettare un intervento di adattabilità risulta relativamente più semplice. Il costo di un intervento finalizzato all’accessibilità, all’adattabilità e alla visitabilità dipende quindi principalmente dallo stato strutturale e spaziale del locale. In linea generale, semplificando l’analisi, a parità di prestazione finale, credo che un intervento di adattamento possa costare mediamente il 10-15 % in più rispetto a un intervento realizzato ex novo. Nel caso della realizzazione ex novo l’aspetto della continuità, dell'armonia degli spazi e degli ambienti credo sia più facilmente perseguibile rispetto a un intervento di adattamento.

È consigliabile una metratura minima per apportare questo tipo di modifiche?

Gli spazi minimi necessari alle manovre sono ben esplicitati dalla normativa in vigore. Se però vogliamo tralasciare per un attimo i numeri e gli schemi, molto spesso mi sono accorto che uno spazio ben progettato soddisfa sia le esigenze dell’utente normalmente abile sia di quello diversamente abile senza che parta finalizzato a soddisfare le esigenze di una o dell’altra categoria. Piuttosto, spesso ci si trova in difficoltà a soddisfare requisiti di accessibilità e/o adattabilità perché gli spazi, le soluzioni architettoniche e le disposizioni esistenti sono già poco confortevoli per un utente normalmente abile. Sintetizzando, credo che chiunque possa facilmente valutare la praticità di uno spazio. Ciò che ritengo fondamentale nell’approccio è non considerare adattabilità e accessibilità aspetti che debbano essere risolti per soddisfare una normativa, quanto piuttosto elementi fondamentali per la realizzazione di ambienti confortevoli a prescindere dalla categoria del fruitore.

Secondo la sua esperienza, quanto il settore beauty (spa, saloni di estetica a acconciatura) sono sensibili all'inclusività?

In linea di massima credo che questo tipo di attività abbia necessità di immagine e riconoscibilità che spesso viene demandata, per sottolineare l’importanza del brand, all’occupazione di grandi spazi, volumi ampi e molto illuminati. Indirettamente credo che ci sia quindi una naturale predisposizione di contesto che indubbiamente rende accessibilità e adattabilità meno critici rispetto ad altri settori commerciali. Certamente non si può generalizzare, ma credo che, anche considerando il particolare tipo di arredo richiesto per svolgere tale esercizio, l’aspetto dell’inclusività possa risultare meno critico rispetto a numerose altre attività.

Può farci un esempio pratico?

Un esempio di come il design possa coniugare i temi dell’accessibilità e dell’adattabilità è rappresentato dal progetto che ho seguito per Diorama, una libreria a Rivoli. In questo intervento, pubblicato anche sul libro intitolato Bookshop – the most established and the most fashionable (Ed. Braun 2012), il tema dell’arredo interno dà una chiara indicazione di come gli aspetti funzionali ed estetici possano cooperare enfatizzando il risultato finale dell’intervento. In particolare è stato ideato e realizzato uno specifico stand per l’esposizione dei libri in vendita che all’interno disponeva di una seduta triangolare, rotonda o quadrata. Queste strutture disposte in ordine sparso all’interno dell’ambiente espositivo creavano un percorso misterioso e intrigante e allo stesso tempo assicuravano la possibilità di sedersi per assaporare l’anteprima di un libro. È facile quindi immaginare come questa soluzione possa suggerire sviluppi o declinazioni differenti del concetto di inclusività senza discriminare l’utente finale, ovvero offrendo un confort condiviso e non esclusivo o dedicato.

Tags: arredo salone disabilità spazi salone intervista

Pubblicato il 16.01.2019

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